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Barbari, generali, imperatori

 
Nuovo Topic   Rispondi    Indice del forum -> Historia Romana
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Galla_Placidia
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MessaggioInviato: Mar, 09 Mar 2010 8:25 pm    Oggetto: Barbari, generali, imperatori Rispondi citando

Avrei voluto mettere come sottotitolo, fosse stato possibile: la conquista della Spagna e la non conquista della Boemia-Moravia.
Credo di averne parlato di sfuggita molto tempo fa in un pm con Cecilio Optato.
Fermo restando che noi non sappiamo se davvero Marco Aurelio avesse mai avuto intenzione di creare la "Marcomannia" e la "Sarmazia", il tema dell'"Inertia caesarum" è topica tanto che Floro, al tempo di Traiano, disse che Roma stava vivendo una nuova giovinezza con un imperatore vigoroso degno di Giulio Cesare. Peater Heather nei suoi libri ("I goti" e "La caduta dell'Impero Romano") asserisce che l'espansionismo dei romani si sarebbe bloccato al limite della cosiddetta "civiltà degli oppida", non valendo la pena per essi espandersi oltre e non trovando nemmeno risorse con cui sostentarsi qualora ci avessero provato.
Eppure Augusto era convinto di aver già annesso la Germania. Molte volte i romani cercarono di arrivare all'Elba. Chiaramente l'illustre storico non ha tutti i torti, però potremmo vedere la questione anche sotto un aspetto meno deterministico ed economicistico passando proprio sul piano più schiettamente politico, che proprio lui ha contribuito a riscoprire.
Il punto è: per quale motivo i generali repubblicani avrebbero annesso la Spagna e la Gallia? Certo, meglio annettere la relativamente arretrata ma ordinata Gallia che la selvaggia Germania. Ma ne valeva la pena davvero? Se poi pensiamo alla Spagna... una conquista durata più di un secolo contro barbari che, per quanto potessero essere più evoluti dei marcomanni, risultarono altrettanto fieri e indomiti.
Non è possibile che l'Impero, proprio perché gestito da una forte autorità centrale fosse in grado di soppesare meglio i costi e i benefici delle campagne militari? I generali repubblicani erano anche politici e acquisivano gloria, ricchezze e influenza politica proprio grazie alle campagne militari. Cesare stesso, forse non avrebbe mai attaccato la Gallia se non fosse stato in una posizione politica e finanziaria precaria e senza essere stato uno dei papabili alla supremazia di Roma. Attaccava i galli per prendere il potere a Roma. Un imperatore invece non aveva bisogno di questo: Commodo o Adriano si rendevano conto che le risorse dell'Impero si stavano usurando o avrebbero rischiato di usurarsi in guerre lunghissime e pertanto si accontentarono di vittorie relative: niente annessioni ma supremazia, controllo ecc. A questo chiaramente bisognerebbe forse aggiungere una paradossale minore capacità di mobilitazione da parte dell'impero rispetto alla repubblica poiché l'esercito professionale permanente era molto più costoso di quello di leva e perché il mutamento degli assetti economico-sociali rendeva più difficile arruolare truppe, anche alla vecchia maniera: non ricordo dove Polibio diceva che la capacità di mobilitazione romana ai tempi (mi pare) della I (o la II?) guerra punica fu ineguagliata anche se i maggiori trionfi i romani li ottennero proprio dopo la fine delle guerre contro Cartagine.
Voi che ne pensate?
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Picentes
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MessaggioInviato: Mer, 10 Mar 2010 2:35 am    Oggetto: Rispondi citando

Ciao Galla_Placida, fu durante la seconda guerra punica che Roma operò un imponente sforzo militare ed esattamente nel 216 a.C. quando furono arruolate ben quindici legioni di cui dieci rinforzate. Un totale di circa ottantamila uomini più le circa duecento quinqueremi. Un esercito imponente per l'epoca e lo stesso Polibio afferma che Roma ed i suoi alleati potevano fornire (potenzialmente) in totale settecentomila fanti e settantamila cavalieri. Da questi numeri si evince la strategia di Annibale nel cercare a tutti i costi la battaglia risolutiva per evitare una guerra a lungo termine che, anche se vittorioso nelle singole battaglie, l'avrebbe visto perdente come in effetti accadde. Era opinione del cartaginese che Roma poteva perdere intere legioni ma che poteva sostituire continuamente e questo accadde realmente. Ma torniamo al tuo quesito iniziale. Inanzitutto c'è da dire che Roma si stava affacciando nel mondo mediterraneo come nuova potenza economica-militare al pari delle già esistenti come Cartagine. Inoltre era afflitta da periodici tentativi di invasioni o scorrerie barbare nel suo territorio. La conquista di territori come la Sicilia, Sardegna, Spagna, significava indebolire in modo permanente la sua grande antagonista di quel periodo senza contare che queste nuove "frontiere" avrebbero allontanato la minaccia di possibili invasioni dell'Italia e quindi salvaguardato l'economia. Inoltre non ci dobbiamo dimenticare che questi territori avevano una grande importanza economica (grano, miniere di zolfo, ferro ecc.) e quindi valeva la pena di pagare un alto costo di vite umane e risorse quando si potevano ottenere benefici altrettanto importanti e in quantità decisamente superiori di quelle perdute. Perchè questa politica non fu continuata in epoca imperiale? Non è facile dare una risposta (nonostante profondi studi di stimati storici) per il fatto che nessuno sa quello che pensavano realmente i governanti di allora. Si possono solo fare congetture basandoci solo su testimonianze lasciateci dagli storici di allora che però non sempre sono limpide e cristalline, "inquinate" per magnificare tal personaggio a danno di un'altro o da proprie idee e convinzioni. Nel cercare di mettere un po' di ordine nelle idee possiamo dire (ma col beneficio del dubbio) che il rapporto costo/beneficio era piuttosto basso ed un confine illimitato non era facile da difendere. Un conto è controllare un confine delimitato dal mare o da un fiume, una catena montuosa, da punti di riferimento ben precisi, un'altro è quello di difendere un confine immaginario. La Dacia (sconfinata pianura) fu abbandonata perchè indifendibile. Immaginate un esercito che avanzi nel deserto siriaco e poi sempre più avanti, con le linee di rifornimento che si allungano sempre di più, senza basi d'appoggio, senza la possibilità di organizzare una valida difesa perchè mancano snodi cruciali. Controllare un passo di montagna significa controllare anche un'intera regione ma in mezzo al deserto al massimo controlli un'oasi. Cercare di occupare stabilmente la Germania significava attraversare le foreste che allora erano molto più estese di oggi, cadere in imboscate era facile (vedi Teuteburgo), per arrivare dove poi? Fino a quale confine estremo? I romani conoscevano il territorio oltre l'Elba? Dubito fortemente. Altre conquiste significava altri popoli da controllare, confini ancora più estesi, nuovi nemici da affrontare alle frontiere. Imperi enormente estesi ne abbiamo avuti come quello di Alessandro Magno o quello abnorme di Gengis Khan ma crollati in pochissimo tempo a causa proprio della loro enorme estensione. Quindi l'essere rimasti entro determinati confini ha certamente fermato la spinta dell'evoluzione di Roma ma ha consentito, secondo me, la sopravvivenza per altri secoli cosa non avvenuta per gli altri. Tutto quello che ho detto è facilmente confutabile perchè sono solo opinioni basate più su una desunzione che su una certezza che non abbiamo. Basti pensare che non tutto è stato tramandato per iscritto perchè alcune cose erano talmente ovvie e conosciute (allora) che non c'era bisogno di lasciare una testimonianza scritta, altre sono andate irrimediabilmente perse. Salvo future e straordinarie scoperte archeologiche. In succinto questa è la mia opinione in attesa degli altri amici ben più validi e preparati di me nella storia romana.
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MessaggioInviato: Gio, 11 Mar 2010 4:14 pm    Oggetto: Rispondi citando

Buongiorno.

Immagino che le due conquiste, quella spagnola e quella gallica, rispondano a due questioni diverse. Diversi sono i tempi storici e le contingenze; diverso il sistema politico; forse non diversa, ma certamente meno omogenea la mentalità del Romano, nelle due epoche. Insomma, penso che le due guerre rispondano a logiche le cui caratteristiche non siano tutte confrontabili.
Nel periodo spagnolo, Roma –come ha ricordato picentes qui sopra- si affacciava, sostanzialmente per la prima volta, su uno scenario internazionale; al tempo della “regina di Bitinia”, l’Urbe era più che avvezza a giocare il suo ruolo sul palcoscenico mediterraneo.
Non sono convinto che le ricchezze spagnole abbiano avuto un peso significativo nella decisione del Senato di “stabilirsi” con fermezza sul territorio; le fonti ricordano spesso i tentativi dei coscritti di sottrarsi all’arruolamento per le guerre di Spagna, tentativi cui i tribuni davano appoggio. All’epoca l’interesse economico del Romano era rappresentato dallo iugero; il Romano, quello che formava il nerbo delle legioni, era un contadino, vale a dire un proprietario -più o meno piccolo- di terre alle quali voleva tornare velocemente.
Il Romano di quel tempo combatteva volentieri per difendere il suolo patrio (in fin dei conti, quel suolo patrio per il quale andava a morire era formato anche dai suoi privati possedimenti); lottava per avere la supremazia in Italia (conquistando, così, altre terre coltivabili, sulle quali inviare figli e concittadini); possiamo anche credere che, per struttura politica e formazione mentale, fosse animato addirittura da un forte senso civico. Tutto ciò, tuttavia, se condizionava le decisioni di svolgere campagne in territorio italico, aveva meno effetto quando la questione era se portare, o no, la guerra al di fuori di esso: già agli albori della prima guerra punica, a Roma si erano affacciati dubbi sull’idea di invadere la Sicilia (anche se poi la questione era stata risolta –se ben ricordo- proprio dal Comizio).
Per questo credo che la decisione di inviare eserciti in Spagna sia stata una decisone sofferta e non facile. Essendo abituati a vedere Roma come spinta da una forza conquistatrice onnivora, ci sembra ovvio attribuire la sua espansione a questa “fame di conquista” e, conseguentemente, figurarci un Senato e un Comizio ben disposti a cogliere ogni pretesto per ampliare il dominio. È verosimile che siano state, invece, principalmente considerazioni difensive (o quantomeno, percepite come tali) a spingere il governo romano ad intraprendere l’avventura spagnola, che, appunto, non godeva delle simpatie dei cives.
La Spagna fu, quindi, conquistata per necessità più che per volontà.
Si immagini la difficoltà di imporre il servizio spagnolo ad un contadino italico che si trovava spedito d’autorità in un paese lontanissimo, a quei tempi; e che sapeva di non poter ricevere il cambio se non dopo anni di stipendia.
Sulla conquista di Gallia, sostanzialmente opera non dei generali romani ma di un generale romano, pesarono –a mio parere- principalmente motivazioni di ordine diverso; ma ora, purtroppo, non ho tempo per scriverne.

Infine, non credo che l’Impero avesse la possibilità di comprendere e valutare meglio il rapporto tra i costi e i benefici delle conquiste perché retto da un solo personaggio (il quale, va ricordato, è sempre stato affiancato, nelle decisioni, se non da un organo ufficiale, almeno da un consilium. E anch’egli, come i generali repubblicani, acquisiva gloria e ricchezza con l’esito vittorioso di una guerra); anche la politica estera della Roma repubblicana era guidata da un unico organo, e per di più privo di limitazioni temporali: il Senato. Al quale spettava di fissare le quote d’arruolabili e di stanziare i fondi per l’impresa bellica, nonché di fornire gli indirizzi cui i generali avrebbero dovuto attenersi. Differenti potevano essere, ed in effetti lo furono, le motivazioni che spingevano alla guerra e alle eventuali annessioni; ma non era certo mancanza di lucidità nella valutazione della contingenza nella quale i protagonisti si trovavano ad operare che portò alla conquista della penisola iberica o della verde Gallia: quindi, se Commodo o Adriano non annettevano è perché non avevano la capacità di farlo oppure non lo ritenevano opportuno, ma dubito sia stato perché leggevano meglio dei loro omologhi repubblicani lo scenario che si prospettava loro.

Tuttavia la questione meriterebbe un ampio approfondimento; e quanto ho scritto sopra ha il valore di semplice considerazione "al volo".

Buona giornata
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Galla_Placidia
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MessaggioInviato: Gio, 11 Mar 2010 4:52 pm    Oggetto: Rispondi citando

In realtà i romani il rapporto costi benefici di una guerra sembravano coglierlo abbastanza bene: la conquista della Britannia fu considerata uno spreco di risorse (non ricordo se da Cassio Dione o da Tacito) e Cassio Dione critica la guerra partica di Severo.
Mi interessano i riferimenti ai malumori e alle diserzioni della guerra spagnola, ti ricordi chi ne parla e dove?
Secondo me la guerra in Spagna poteva essere considerata difensiva ai tempi della campagna annibalica, ma una volta sconfitta definitivamente la potenza Cartaginese dopo la battaglia di Zama una "guerra difensiva" in Spagna ha meno senso delle guerre di Bush imho Mr. Green A quel punto non può che restare l'ambizione ovvero la possibilità di acquisire nuove terre coltivabili o entrambe. Non so però se tali terre potessero interessare gli abitanti dell'Italia (ala del senato "agraria" compresa) come era accaduto per la conquista della Gallia Cisalpina, portata avanti da Flaminio, esponente di una fazione senatoriale che prediligeva l'espansionismo di questo tipo di contro la fazione "catoniana" più legata ai traffici con l'oriente e pertanto ostile a dirottare risorse in campagne di conquista territoriale a scopo insediativo, praticamente contro la volontà della maggioranza del Senato stesso. Questo comportamento di Flaminio potrebbe essere rivelatore anche nei riguardi della guerra di Spagna.
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IuliusIndus
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MessaggioInviato: Gio, 11 Mar 2010 5:29 pm    Oggetto: Rispondi citando

Galla_Placidia ha scritto:
Mi interessano i riferimenti ai malumori e alle diserzioni della guerra spagnola, ti ricordi chi ne parla e dove?


La crisi di reclutamento legionario a partire dal II sec. a.C. non è comunque da considerarsi strettamente relazionata alle difficoltà del teatro bellico spagnolo.
In realtà sono le migliorate condizioni economiche generali, unite al crescente fenomeno di urbanizzazione dell’Italia, ad aver gradualmente modificato l’attitudine di una buon parte degli “adsidui” verso il servizio militare.
Il distacco dal servizio militare da parte dei cittadini romani non deve quindi essere visto necessariamente come un declino morale, ma piuttosto come un cambiamento economico. Ed all’epoca, la partecipazione ad una campagna militare non era più vista come la migliore occasione per migliorare la propria condizione economica.



Valete
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MessaggioInviato: Gio, 11 Mar 2010 6:41 pm    Oggetto: Rispondi citando

IuliusIndus ha scritto:
Galla_Placidia ha scritto:
Mi interessano i riferimenti ai malumori e alle diserzioni della guerra spagnola, ti ricordi chi ne parla e dove?


La crisi di reclutamento legionario a partire dal II sec. a.C. non è comunque da considerarsi strettamente relazionata alle difficoltà del teatro bellico spagnolo.
In realtà sono le migliorate condizioni economiche generali, unite al crescente fenomeno di urbanizzazione dell’Italia, ad aver gradualmente modificato l’attitudine di una buon parte degli “adsidui” verso il servizio militare.
Il distacco dal servizio militare da parte dei cittadini romani non deve quindi essere visto necessariamente come un declino morale, ma piuttosto come un cambiamento economico. Ed all’epoca, la partecipazione ad una campagna militare non era più vista come la migliore occasione per migliorare la propria condizione economica.



Valete


Sì sì mai pensato a un declino morale, hai frainteso. Mi interessavano i riferimenti specifici, Tito Livio? Dione? Qualche pezzo di Diodoro Siculo?
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Pitta
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MessaggioInviato: Gio, 11 Mar 2010 7:45 pm    Oggetto: Rispondi citando

O Austera Galla Placidia Wink

Appiano nell'Iberica nomina disertori, che dovevano essere passati al nemico, che vengono riconsegnati ai Romani alla conclusione dell'assedio di Talabrica (73) e a quello di Numanzia (75).

Sempre Appiano presenta un episodio dai contorni abbastanza vaghi: quando Scipione Emiliano parte per "rilevare" la direzione della guerra contro i Celtiberi "Non reclutò l'esercito con la leva perché la città [Roma] era esausta da così tante guerre, e perché c'erano abbastanza soldati in Spagna" (84).

L'ultima asserzione, che sembra francamente piazzata li per salvare la faccia alla situazione imbarazzante, è poco credibile, soprattutto nella misura in cui sappiamo che l'esercito romano sotto le mura di Numanzia era costantemente logorato e subiva perdite costanti a seguito di imboscate, sortite, ecc.

Fatto sta che il povero Scipione se ne parte con un esercitino striminzito di 4000 effettivi e basta, 500 dei quali erano suoi clienti personali, il restante contingenti inviati da entità politiche alleate ma apperentemente esterne a Roma "sulla spinta dell'amicizia privata", e tutto puzza di un'impossibilità, dovuta alla renitenza della popolazione, di rispondere alla leva.

In casi di guerre logoranti comunque l'esercito romano non era nuovo a diserzioni... basti pensare ai disertori Latini e Romani riconsegnati alla fine della Seconda Guerra Punica (Livio, ab Urbe Condita, XXX, 43) rispettivamente decapitati e crocifissi, e ai 900 disertori romani che combatterono fino alla morte anche dopo la resa degli stessi Cartaginesi alla conclusione dell'assedio di Cartagine nel 146, evidentemente perché sapevano cosa gli avrebbero fatto se li acchiappavano vivi (Appiano, Punica, 130-131)
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MessaggioInviato: Gio, 11 Mar 2010 7:58 pm    Oggetto: Rispondi citando

Tornando al discorso principale...

Per quanto riguarda la Gallia Transalpina credo che all'origine della conquista vi sia una miscela di motivazioni, quali l'ambizione indiscutibile di Cesare, la possibilità di attingere a terre fertili, e la volontà di assicurare, per mezzo di una guerra preventiva, i confini della Res Publica.

La situazione politica della Gallia Comata, con l'assenza di un potere centrale e la totale frammentazione che vigevano, rendeva la regione appetibile a qualunque gruppo abbastanza coeso e motivato.

Gli Elvezi che migrano sono un esempio, un altro potrebbe essere l'ingerenza dei Germani di Ariovisto.

Le migrazioni dei popoli che ancora si manifestavano periodicamente nell'Europa Centrosettentrionale davano sovente vita ad un "effetto domino" di cui Roma aveva già fatto dolorosa esperienza con i Cimbri, i Teutoni, gli Arudi e gli Ambroni, che si erano presentati alle porte dell'Italia animati da tutt'altro che buone intenzioni e soprattutto non solo con la loro massa migrante, ma con tutta la varia, avariata ed avariante umanità celtica che avevano raccattato lungo la via (i Boii Pannoni e i Tigurini erano probabilmente solo la cresta dell'iceberg), e se Cesare non avesse dato una battuta d'arresto ai Suebi, probabilmente si sarebbe riproposto qualcosa di analogo, con una vagonata e mezza di migranti germanici, o celtici, o entrambi.

Vieppiù, se Cesare non avesse conquistato la Gallia ed effettuato qualche spedizione punitiva al di la del Reno, qualcosa di analogo si sarebbe riproposto ciclicamente con intervalli abbastanza brevi.

Certo, alla fine la pressione generata da un'altro effetto domino ancora più vasto, cominciato in Cina, come ebbero a dire Montanelli e Gervaso, la ebbe vinta, ma senza una Gallia romana, probabilmente le invasioni barbariche si sarebbero realizzate con svariati secoli di anticipo.
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MessaggioInviato: Gio, 11 Mar 2010 8:43 pm    Oggetto: Rispondi citando

Appiano di Alessandria mi manca... E' per caso edito in Italia che tu sappia?
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MessaggioInviato: Gio, 11 Mar 2010 10:17 pm    Oggetto: Rispondi citando

Galla_Placidia ha scritto:
Appiano di Alessandria mi manca... E' per caso edito in Italia che tu sappia?


Mi pare di si, dalla Sellerio.

Poi se vuoi quì c'è tutta scansionata e passata in .PDF l'edizione in Italiano del Mastrofini... ma è praticamente vecchia quanto l'originale Wink

http://books.google.it/books?id=uYMVAAAAQAAJ&pg=PA13&lpg=PA13&dq=appiano+di+alessandria&source=bl&ots=-Root-gTEa&sig=MZW9UFOU8rNHnNKwQCr39ROxCZw&hl=it&ei=SUmZS8v5FI2FsAarl-i1CA&sa=X&oi=book_result&ct=result&resnum=3&ved=0CAoQ6AEwAjgK#v=onepage&q=appiano%20di%20alessandria&f=false
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MessaggioInviato: Ven, 12 Mar 2010 9:12 am    Oggetto: Rispondi citando

Salve Galla,
nell'articolo sotto riportato puoi trovare tutti i riferimenti sulla renitenza alla leva nella Roma del II sec. a.C., con episodi inerenti sia le guerre celtibero-lusitane che altri contesti.

Francois Cadiou, a testimonianza della modificata attitudine dei romani verso il servizio sotto le armi, chiude significativamente l’articolo ricordando un episodio del 186 a.C. Il giovane cavaliere Aebutius, che aveva denunciato ai consoli lo scandalo dei Baccanali, ricevette come ricompensa la dispensa dal servizio militare.
In epoca arcaica, probabilmente il premio sarebbe stato assegnare un posto nei primi ranghi dello schieramento al giovane romano! Wink


"Le dilectus de l’année 151 et les Guerres Celtibéro-Lusitaniennes: Remarques sur la question de la réticence face au service militaire dans la Rome du IIe s. av. J.-C" di F. Cadiou
http://docs.google.com/fileview?id=0B4P39sA99O0VOTJjMGMzYzgtYjVjZC00M2Y4LTk1MjAtZTFiZGVkYzVmM2Ix&hl=en



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MessaggioInviato: Ven, 12 Mar 2010 12:52 pm    Oggetto: Rispondi citando

IuliusIndus ha scritto:
Salve Galla,
nell'articolo sotto riportato puoi trovare tutti i riferimenti sulla renitenza alla leva nella Roma del II sec. a.C., con episodi inerenti sia le guerre celtibero-lusitane che altri contesti.

Francois Cadiou, a testimonianza della modificata attitudine dei romani verso il servizio sotto le armi, chiude significativamente l’articolo ricordando un episodio del 186 a.C. Il giovane cavaliere Aebutius, che aveva denunciato ai consoli lo scandalo dei Baccanali, ricevette come ricompensa la dispensa dal servizio militare.
In epoca arcaica, probabilmente il premio sarebbe stato assegnare un posto nei primi ranghi dello schieramento al giovane romano! Wink


"Le dilectus de l’année 151 et les Guerres Celtibéro-Lusitaniennes: Remarques sur la question de la réticence face au service militaire dans la Rome du IIe s. av. J.-C" di F. Cadiou
http://docs.google.com/fileview?id=0B4P39sA99O0VOTJjMGMzYzgtYjVjZC00M2Y4LTk1MjAtZTFiZGVkYzVmM2Ix&hl=en



Vale


C'è anche google docs? Quindi qui si possono trovare articoli estratti da riviste? Grazie mille, lo leggerò appena possibile e intanto lo scarico.

@Pitta: la traduzione di Appiano risalente al primo '800 (credo sia quella) l'avevo trovata anche io ma, appunto, cercavo qualcosa di più moderno Mr. Green Credo che quella traduzione non abbia neanche l'impostazione in paragrafi che è tipica delle edizioni moderne dei testi classici (e che risalgono sì al XIX secolo ma a fine secolo, prima di Mommsen e della scuola antichistica tedesca del tardo ottocento c'era il caos. Per dire Mommsen ha avviato il CIL che è una sistematizzazione fondamentale).
Ho visto sul sito della Sellerio ma dà solo le "storie di proscritti" Sad

http://www.sellerio.it/merchant.php?bid=1396#
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MessaggioInviato: Dom, 14 Mar 2010 10:52 pm    Oggetto: Rispondi citando

Buonasera.

Vedo che IuliusIndus è già stato più che esauriente.
Mi riferivo, comunque, alla Periocha liviana (48, 17) (e a Polibio), dove il riferimento è esplicito al bellum Hispaniense. Ed è frammento che merita molta attenzione (almeno, così io credo).

Buonanotte.
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